La Fotografia può fare ancora qualcosa? Noi possiamo fare ancora qualcosa?

Venerdì 6 ottobre, il finissage della mostra fotografica “Second Reception” di Marco Sacco è stata l’occasione per un talk aperto sul tema dell’immigrazione per superare il clima di disinformazione che spesso alimenta la paura del diverso, dell’altro e dell’altrove. Hanno presenziato Mauro Ieva, presidente Cacciatori d’Ombra, Marco Sacco, autore della mostra, Piero Rossi, garante detenuti Regione Puglia e Gianluigi De Vito, giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno.

Riportiamo, di seguito, le parole di Franco Prisciandaro, rappresentante di Ero straniero – L’umanità che fa bene (campagna culturale e una legge di iniziativa popolare per cambiare il racconto, superare la legge Bossi-Fini), presente sia durante il festival “Contaminazioni – Buone pratiche di invasione”, evento che ha dato in natali alla mostra, che al finissage. Parole che meglio esprimono il senso della mostra. Parole che, in fondo, dimostrano che una fotografia etica può ancora stimolare la coscienza sociale. Parole che non sono una risposta alle domande nel titolo, ma che, assieme alle fotografie, generano ancora più quesiti.

«Non essendo né un giornalista né tanto meno un esperto di fotografia ma, in questo momento della mia vita, semplicemente un volontario-sostenitore di una proposta di legge sull’immigrazione, posso riportare, della mostra fotografica di Marco Sacco al MAT di Terlizzi, solo sensazioni soggettive e, se si vuole, operative riguardo al tema immigrazione-accoglienza, che a quella mostra ha dato titolo e significato.

Non posso che riconoscere il gran valore del lavoro svolto da Marco Sacco di Cacciatori d’Ombra: pur avendo frequentato per un anno i luoghi fotografati, in particolare il campo nell’ex-S.E.T. di Bari, non sono mai stato sfiorato dall’idea di fare foto. Ma riconosco alla mostra un grandissimo valore di testimonianza, sostenuta da indubbie competenze tecniche e doti artistiche.

Mi piace ricordare come in quei giorni pieni di attività e incontri, al MAT siano state raccolte centinaia di firme a sostegno della proposta di legge “Ero Straniero” per cambiare la Bossi-Fini e dare nuove risposte all’immigrazione.  Dell’incontro-dibattito della serata del finissage, che avrebbe meritato certo ancora più pubblico, vorrei non andasse perso il proposito del Garante dei Detenuti della Regione Puglia, dott. Piero Rossi, di estendere le tutele garantite ai detenuti italiani anche ai migranti che si trovano all’interno dei C.I.E. (centri di identificazione ed espulsione), perché anch’essi in condizioni di detenzione, seppur formalmente inseriti in un programma di accoglienza.

Dell’intervento del giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, dott. Gianluigi De Vito, mi ha colpito invece l’energia argomentativa: occorre risfoderare le armi pacifiche della resistenza culturale per combattere il nemico xenofobo. Occorre abbattere la retorica e riscrivere la grammatica dei diritti umani. Il linguaggio in uso oggi in Italia è di per sé stesso razzismo istituzionale: l’uso sbagliato delle parole clandestino o extracomunitario è il segnale di anni di arretramento culturale. Bossi, ad esempio, ha inventato il termine badante che poi è entrato purtroppo nel gergo comune, La Puglia invece ha inventato i C.I.E., i C.P.T. (centri di permanenza temporanea), ha inventato l’accoglienza imprenditoriale utilizzando la carità, anche con segretari di vescovi condannati.

Non e vero che funziona il sistema S.P.R.A.R. (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Hanno inventato i C.A.S. (centri di accoglienza straordinaria), che in realtà sono il riciclo di b&b o di alberghi falliti. I migranti alloggiano lontano dai centri abitati. È un po’ come mettere ‘la polvere sotto il tappeto’. Non c’è vera convivenza ma al massimo coesistenza. L’UE si propone di accogliere 50mila profughi ed ha stanziato mezzo miliardo di euro, ovvero 10mila euro a profugo in due anni. Cifre, queste, a testimonianza di quanto sia ampio il giro d’affari.

Ora stiamo pagando i libici ma il flusso comincia ad arrivare dalla Tunisia. Ci sono paesi africani che accolgono milioni di migranti a cui la UE non destina un soldo, veicolandoli a paesi che trafficano in uomini, come la Libia. Ci sono le coop a Borgo Mezzanone e i servizi all’immigrazione. I grandi appalti dei C.A.R.A. (centri di accoglienza per richiedenti asilo) furono inventati dalla Turco-Napolitano. La CGIL si preoccupa solo dei lavoratori dei C.P.T. e non invece di chiuderli. I governi spartiscono i soldi con le mafie in nome dei migranti. I servizi di pulizia non sono mai fatti da stranieri, ma servono solo per far lavorare italiani.

Il problema non è il numero degli immigrati, ma come si costruisce la convivenza. Il sistema non funziona perché non abbiamo sentimento empatico: tutto appare scontato, niente ci scandalizza più. Una umanità condivisa si costruisce quando provo lo stesso orrore. Li nasce la solidarietà e la capacità di provare orrore.

Il lavoro da fare – ha proseguito De Vito – è dare loro una rubrica. Occorre dare voce ai migranti e non solo a coloro che parlano di immigrazione nelle stanze del potere. Abbiamo mai concesso loro, ai migranti, le stesse opportunità? A Bari ci sono migliaia di georgiane senza contratto di lavoro, che lavorano nelle case della media ed alta borghesia barese. E tutti fanno finta di niente. A piazza Umberto ci sono spacciatori africani e, anche qui, le forze dell’ordine sono indifferenti.

Abbiamo bisogno di ridiscutere l’abc dell’immigrazione

Franco Prisciandaro

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